LEGGENDE DEI TENGU E LO SHOGI

Nel folklore giapponese, i Tengu sono profondamente legati alla strategia, alla mente e all'arte della guerra (spesso celebri sono i racconti in cui insegnano l'arte della spada a eroi come Minamoto no Yoshitsune). Tuttavia, se stringiamo il campo allo Shogi e ai giochi da tavolo tradizionali, la figura del Tengu compare in alcune storie e credenze popolari molto particolari:

 

  • I Maestri Invisibili dei Boschi di Kurama e Monte Hiko: Oltre alla leggenda di Ohashi Sokei, in diverse storie del folklore locale i monti sacri in cui risiedono i Daitengu (i grandi Tengu) venivano descritti come luoghi in cui i demoni della montagna giocavano a Shogi tra di loro di notte. Si credeva che il rumore sordo dei pezzi sbattuti sulla scacchiera di legno, udito dai boscaioli o dai monaci erranti (Yamabushi) nel profondo della foresta buia, fosse in realtà il modo in cui i Tengu discutevano le sorti del mondo o affinavano la loro prodigiosa capacità di calcolo tattico. Ascoltare quelle mosse senza farsi notare era considerato un presagio di grande fortuna per un giocatore, sebbene rischioso.
  • La Leggenda del "Giocatore Sconfitto dal Tengu" e la Superbia: Nel Giappone feudale esisteva un detto popolare legato ai campioni di Shogi che diventavano troppo arroganti: si diceva che fossero “caduti nella trappola del Tengu” (collegato anche all'espressione giapponese tengu ni naru, che significa "montarsi la testa" o diventare boriosi). La credenza popolare narra di maestri di Kyoto o Edo così superbi da vantarsi di non poter essere sconfitti da nessuno; si diceva che, in seguito a tali proclami, venissero sfidati da un misterioso monaco dal lungo naso e dai tratti bizzarri (chiaramente un Tengu camuffato) che appariva dal nulla in una taverna o in un tempio, li umiliava in poche mosse sul shogiban per punire la loro superbia, e poi svaniva nel vento lasciando sul tavolo solo un pezzo di legno intagliato.
  • Il Tengu come custode dei trattati segreti (Kifu): In alcune storie tramontate tra le famiglie di maestri di Shogi, si favoleggiava che i rotoli segreti contenenti le sequenze di mosse più perfette e imbattibili (Joseki) non fossero stati inventati dagli uomini, ma custoditi dai Tengu nelle grotte più inaccessibili delle montagne. Chi desiderava trovare la "mossa perfetta" o sbloccare una comprensione superiore del gioco avrebbe dovuto dimostrare rispetto per la natura e totale 

 

 

Il Maestro dei Boschi: La Leggenda di Ohashi Sokei e il Tengu dello Shogi

Nel cuore della tradizione shogistica giapponese, tra le fronde nebbiose dei monti sacri e il ticchettio cadenzato dei pezzi di legno sul shogiban, si celano storie che sfumano il confine tra realtà e mito. Tra queste, la leggenda che lega la nascita dei grandi segreti dello shogi alle creature mitologiche per antonomasia della spiritualità nipponica — i Tengu — e a una delle figure storiche più iconiche del gioco, Ohashi Sokei, è senza dubbio una delle più affascinanti.

 

I Guardiani dei Monti e i Segreti della Strategia

Per comprendere appieno la leggenda, bisogna prima fare un passo indietro e guardare alla figura del Tengu. Nel folklore giapponese, questi esseri dal volto rosso e dal lungo naso (o dalle fattezze di uomo-uccello) non sono semplici demoni malevoli, ma spiriti protettori e selvaggi delle montagne. Sono considerati maestri supremi delle arti marziali, della spada e, soprattutto, della strategia militare.

 

Antichi racconti narrano che i più grandi samurai e condottieri del Giappone feudale si recassero nei boschi più remoti per cercare il contatto con un Tengu, sfidandolo o chiedendogli umilmente di essere iniziati ai segreti occulti della tattica e del combattimento.

 

Quando lo shogi iniziò a evolversi nella sua forma moderna durante il periodo Sengoku e l'inizio del periodo Edo, la complessità delle sue varianti e l'introduzione della rivoluzionaria regola dei pezzi paracadutati (koma-gaeshi/utsu) resero il gioco incredibilmente profondo. Era una battaglia in miniatura così sofisticata che gli stessi maestri dell'epoca iniziarono a credere che una tale perfezione strategica non potesse essere frutto della sola mente umana.

 

L'Incontro Misterioso: Ohashi Sokei e il Demone della Montagna

La leggenda più celebre vede protagonista Ohashi Sokei (il capostipite della prestigiosa dinastia Ohashi e primo grande Meijin ufficiale dello shogi nel XVII secolo).

 

Si narra che Sokei fosse un giocatore straordinario, di gran lunga superiore a chiunque altro nella capitale. Tuttavia, sentiva di aver toccato un limite invalicabile, convinto che esistessero combinazioni di mosse, manovre segrete e intuizioni tattiche superiori che sfuggivano persino ai più grandi intelletti umani.

 

Spinto da questa sete di conoscenza assoluta, Sokei decise di intraprendere un pellegrinaggio solitario verso le montagne sacre, luoghi in cui si diceva che i mortali potessero incontrare i Tengu. Camminò per giorni tra sentieri impervi e nebbie fitte, finché, giunto in una radradura isolata al calar della sera, si accorse di non essere solo.

 

Seduto su un masso, sotto un pino secolare, c'era una figura imponente con un mantello monacale logoro e un volto dai tratti sovrannaturali: un Tengu dei boschi. Davanti a loro, intagliato nel legno grezzo, c'era uno Shogiban completo di pezzi.

 

Senza proferire parola, con uno sguardo che trafiggeva l'anima, il Tengu fece cenno a Sokei di sedersi dall'altra parte della scacchiera e di muovere il primo pezzo.

 

La Partita dei Segreti Celesti

Quella notte, nel silenzio irreale della montagna interrotto solo dal fruscio del vento e dal secco clack dei pezzi di legno, ebbe luogo la partita più straordinaria della storia dello shogi.

 

Ogni mossa di Sokei, per quanto brillante e calcolata secondo i migliori canoni umani dell'epoca, veniva implacabilmente smontata e punita dal Tengu. Il demone della montagna non giocava seguendo la logica rigida dei trattati; muoveva i pezzi con una fluidità disarmante, anticipando le intenzioni del maestro con combinazioni di una profondità inimmaginabile, sfruttando i pezzi paracadutati con una crudeltà e una grazia geometrica mai viste prima.

 

Sokei perse la prima partita, poi la seconda, poi la terza. Ma invece di provare frustrazione, il grande maestro sentì la sua mente espandersi. Osservava, memorizzava, cercava di decifrare la logica nascosta dietro quella che non sembrava una semplice sequenza di mosse, ma una vera e propria filosofia della guerra e dell'equilibrio universale.

 

La leggenda narra che la sfida durò per tre giorni e tre notti, in una dimensione temporale che sembrava essersi fermata. Alla fine del confronto, dopo aver assimilato l'essenza stessa dello spirito strategico del Tengu, Sokei riuscì finalmente a pareggiare (o, secondo alcune versioni, a vincere) l'ultima partita.

 

Il Tengu, compiaciuto e impressionato dall'umiltà e dalla tenacia del maestro umano, emise una risata profonda che echeggiò tra le valli e, prima di svanire nel nulla insieme alla scacchiera di legno, gli concesse la sua benedizione, trasmettendogli i segreti più reconditi dei Joseki e la comprensione totale del flusso della battaglia.

 

L'Eredità del Mito

Quando Ohashi Sokei fece ritorno alla civiltà, il suo modo di giocare era irriconoscibile. Era diventato un giocatore illuminato, capace di vedere combinazioni che gli altri reputavano impossibili. Si dice che le sue vittorie successive e la fondazione della scuola ufficiale di shogi che avrebbe dominato i secoli successivi affondassero le loro radici proprio in quella notte trascorsa tra i boschi sacri.

 

 

Oggi, quella leggenda vive ancora nello spirito di ogni giocatore di shogi che siede davanti alla scacchiera. Ogni volta che si studia una tattica complessa o ci si affida a un'intuizione geniale per ribaltare le sorti di una partita disperata, si sta, in fondo, continuando quel duello silenzioso iniziato secoli fa tra un maestro mortale e il saggio demone della montagna.